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La malaria, per secoli parte integrante della Maremma, si dichiarò debellata solo nel 1954. In passato si credeva che la malattia si diffondesse attraverso le acque stagnanti e putride, i cui "miasmi" venivano trasportati in estate dal vento verso i centri abitati. Considerando le condizioni igienico sanitarie della case, la scarsa alimentazione, spesso unita alla cattiva qualità degli alimenti, si arrivò alla conclusione che questi fattori predisponevano fortemente alla malaria. I contadini dicevano infatti che "l'aria bona sta nel pignatto". La vera causa della malaria non fu scoperta che verso la fine del XIX sec. Nel 1880 Laveran individuò l'agente patogeno che provocava la malaria e solo 18 anni dopo, nel 1898, Grassi, uno zoologo, scoprì che esso veniva trasmesso all'uomo attraverso la puntura di una zanzara. L'agente eziologico della malaria è il Plasmodio, portatrice la zanzara anofele appartenente al genere Anopheles nel caso dell'uomo. Esistono almeno tre specie di Plasmodi che inducono la malaria umana, una malattia ancor oggi largamente diffusa soprattutto nei paesi tropicali e subtropicali. Se si viene punti da una zanzara infestata, questa insieme alla saliva mette in circolo gli elementi infestanti del Plasmodio che in breve tempo raggiungono le cellule del fegato dove si accrescono e si riproducono. In una fase successiva passano nel sangue dove invadono i globuli rossi che, distrutti dai parassiti, danno luogo a intense crisi febbrili. Le tre specie di Plasmodio che parassitizzano l'uomo, avendo cicli eritrocitari differenti, inducono febbri che si manifestano con intervalli di tempo diversi e perciò dette malaria quotidiana, terzana e quartana. A questo punto i Plasmodi vanno incontro ad un differenziamento sessuale e, non potendosi più sviluppare ulteriormente nell'uomo, devono nuovamente passare in una zanzara anofele per poter continuare il proprio ciclo vitale. I dati del 1862 dimostrano che circa il 40% della popolazione grossetana era affetta da malaria e che la vita media di un individuo arrivava a 19 anni e mezzo. Il tasso di mortalità, che in Italia toccava in quel periodo il 9 per mille, a Grosseto era del 31 per mille.Nel 1924 si ebbe ad Alberese una recrudescenza della malattia che infettò l'80% della popolazione, senza contare i lavoratori stagionali che scendevano dalle colline e dai monti durante il periodo della trebbiatura. Gli avventizi, infatti, lavoravano 13 ore al giorno sotto il sole e dissetandosi spesso con le acque salmastre che gonfiavano la pancia e toglievano l'appetito, erano tra i soggetti più predisposti al rischio di contrarre la malattia. Quanti di questi siano morti al ritorno nei loro villaggi non si è mai saputo. Le campagne antimalariche per la cura e la prevenzione della malattia presero il via nel 1925. Ogni mattina il medico girava tutte le case e le scuole per distribuire agli abitanti il chinino. Durante le crisi febbrili ai malati venivano somministrati fino a 2 gr. di chinino per via orale o con iniezioni, per poi ridurre la dose man mano che la febbre diminuiva. Le persone malate venivano curate con bisolfato di chinino in polvere, che agiva molto rapidamente, mentre a scopo preventivo veniva somministrato biclorato di chinino in confetti; i bambini venivano curati aggiungendo al latte zuccherato leuchinina, mentre a quelli più grandi venivano dati cioccolatini contenenti tannati di chinina. A scopo preventivo la popolazione veniva informata ed istruita dal medico stesso riguardo alle norme igieniche, alla cura della propria persona e a quella della casa che doveva avere, ad esempio, reticelle metalliche alle finestre e veli per coprire i letti.
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