Torre di Cala di Forno Stampa E-mail
TORRE DI CALA DI FORNO  

L'edificio, menzionato dal Niccolai nei suoi itinerari Maremmani, fu costruito secondo il Falossi intorno al XV secolo; secondo il Warren, invece, dopo il 1543 come vedremo in seguito.
Il Santi assicura che nel XVII secolo la torre era ben presidiata contro gli attacchi dei barbareschi. Il Pecci infine dice che era fabbricata di pietre quadre, alla quale tra l'altra guarnigione, che vi è, vi mantiene due soldati la Nobile Famiglia dei Marsili Padrona del Collecchio e del sito dove questa Torre, e l'antico nome era di questa Torre di Cala di Forma.

E inoltre che:

Dall'Archivio della Comunità di Grosseto si rileva che alle due torri di Caladiforno e di Castelmarino, sul primo governo della Casa Medici era mantenuta la guarnigione spese della detta Comunità, de' Commendatore e della famiglia Marsili.
Il primo documento d'archivio riguardante la torre è la lettera di Flaminio Nelli del 3 febbraio 1560, già citata nella relazione di Castelmarino, in cui si parla dello stradone fatto per arrivarvi e del completamento delle opere murarie. È da osservare che a quel tempo la torre era "principiata" e, a quanto pare, non ancora terminata.
Gli stessi argomenti vengono ripresi in un'altra lettera del 15 febbraio dello stesso anno, dalla quale si apprende che era stata fatta una "tagliata" nella macchia mediterranea per la quale si era reso necessario il lavoro di sessanta uomini e che la muraglia era "grossa " due braccia, mentre il vuoto interno era di sei braccia; si apprende inoltre che il Nelli si era dato da fare sia per trovare il pietrame per la costruzione che per far regalare a Sua Eccellenza il terreno circostante l' edificio.

Con il passaggio dei territori della Repubblica senese sotto il dominio mediceo, avvenuta il 3 luglio 1557, ci si preoccupò immediatamente della difesa costiera; fu quindi inviato sul luogo personale esperto nell'arte delle fortificazioni.
Angelo Niccolini nel settembre 1560 scrive informando che era stato deciso insieme al Provveditore di inviare alla torre l'ingegner Domenico Giannelli, come miglior esperto locale, per insegnare alle manovalanze come fare "per conto della calcina, pietra et rene", in quanto i luoghi erano assolutamente sprovvisti di mano d'opera specializzata. Il Giannelli, discepolo del Beccafumi e figlio di Giovanni da Siena, doveva essere uomo assai colto. Ciò nonostante si consigliò di farla vedere a Baldassarre Lanci, ingegnere esperto di fortificazioni, che in quegli anni aveva assunto l'incarico di revisore delle unità costiere. Questo avvenne perché si metteva in dubbio l'efficacia tecnica della torre, che non sembrava avere la visibilità necessaria e perché i tiri d'artiglieria non arrivavano a coprire la "calla" sottostante.
La presenza del Giannelli viene confermata da una lettera scritta da Lorenzo Pomarelli al duca di Parma e Piacenza il 24 febbraio 1571, ove si chiede intercessione presso il re di Spagna per far sì che l'ingegnere venga mandato a completare la torre di Cala di Forno in quanto:
"[...] il luogo cavante per la morte della ingegnere di Port'Ercole e di Orbetello e Talamone e di Piombino e insomma di tutti i luoghi della Toscana e di Sua Maestà Cattolica, il quale ingegnere si domanda Messer Domenico Giannella senese".
Sempre il Giannelli nel 1566 fu ingegnere al servizio di Sua Maestà Cattolica nei Presidi di Toscana, mentre nel 1570 Simone Genga venne designato successore del Lanci come revisore delle unità costiere; con tale incarico si occupò di questa e di altre torri della zona.
Dal 1572 viene menzionato anche Gabrio Serbelloni, architetto mediceo, in quanto i lavori alle fortificazioni erano ritenuti di fondamentale importanza:
"[...] se bene queste tal torre non sariano sufficiente a resistere ad una Armata potente è però tanto el servizio che sin'hora secondo mi è detto di salvar la libertà a più di mille homini".

Dalla descrizione fatta dal Warren durante la sua visita del 1749 sembra che la torre sia stata costruita a seguito del rapimento della "bella Rossellana" per proteggere la baia dalle incursioni barbaresche e quindi l'inizio dell'opera è da collocarsi dopo il 1543, anno in cui avvenne l'episodio. Questa ipotesi potrebbe essere avallata dal fatto che nel 1560 l'edificio era ancora in fase di costruzione.
In questo documento si rileva inoltre che la vita del presidio che vi risiedeva si svolgeva in modo del tutto simile a quello degli abitanti di Collelungo e che esisteva una sistema viario interno al Parco che collegava l'Alberese con la torre. Probabilmente si trattava del tracciato che conduceva anche alla torre di Collelungo, già citato in un documento del XVI secolo.

Due disegni acquerellati, di poco posteriori a quello del Warren, ripetono gli stessi caratteri del precedente, mentre in uno del 1789, realizzato in occasione della sistemazione della dogana, che si trova nella baia sottostante, le costruzioni che si notano a fianco della torre sono due. Sull'edificio più grande si vede un campanile a vela con la croce; esso è tutt'ora esistente, di forma rettangolare con finestre di notevoli dimensioni e un portale ad arco all'ingresso. Questi edifici sono riportati con la stessa tipologia da Piero Conti nel 1793, all'epoca della già citata relazione sulle fortificazioni costiere. Anche il catasto ottocentesco conferma questa ipotesi. Il complesso di edifici, nelle tavole indicative dello stesso catasto, risulta di proprietà delle Regie Fabbriche e le particelle sono distinte in:
part. n. 20 Forte
part. n. 21 Chiesa
part. n. 22 Torre

La planimetria è datata l'8 marzo 1824 e fu disegnata dal geometra Luigi Banti. La torre in pietrame locale con basamento a scarpa sormontato da un cordolo, è di fattura rispondente ai canoni dell'epoca. Un tetto a padiglione poggiante su una struttura a pilastri ed archi copriva la terrazza dove erano piazzate le batterie. Vi si accedeva mediante una rampa in muratura e un ponte levatoio. In alto vi erano poche semplici aperture. A fianco della torre una piccola costruzione dove si trovava il forno, serviva per i rifornimenti.

Il complesso esiste ancora oggi ed è perfettamente leggibile, ma in pessimo stato di conservazione.