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La torre corrisponde probabilmente al Castrum Marinum jucta mare (situato presso il mare) menzionato nell'atto di divisione dei territori degli Aldobrandeschi del 1274, ma sino a ora non si hanno documenti che facciano luce sui primi secoli di vita di questo edificio. Si può solo ipotizzare che esso sia una delle prime torri di avvistamento costiero sorte nella zona. Questa torre, infatti, si differenzia nettamente, dal punto di vista della tipologia edilizia dalle altre torri costruite a partire dal XVI secolo. È a pianta quadrata e ha il paramento in pietrame a pezzatura mista con struttura perimetrale ad andamento rettilineo e bozze angolari squadrate; due soli lati si conservano ancora per intero, gli altri sono in gran parte crollati. Dal versante sud una finestrella è incorniciata con pietrame ben lavorato, mentre dal lato verso terra, dove era ubicata normalmente la porta d'ingresso, si trova solo un'apertura a una certa altezza, non più definibile, sormontata da due mensoloni che avevano la funzione di sorreggere una bertesca con caditoia. Gli stessi mensoloni si trovano anche nell'altro paramento non crollato. È probabile che questi facciano parte dei rimaneggiamenti cinquecenteschi, di cui si dirà in seguito. Il materiale lapideo è chiaramente stato reperito in loco poiché è della stessa qualità della roccia emergente alla base. Questa forse, insieme alla buona visibilità della costa, è stata la ragione che ha fatto preferire questo luogo ad altri, per la costruzione della torre. Esaminando ora la sola documentazione nota risalente al XVI secolo e che consiste in una serie di lettere custodite presso l' Archivio di Stato di Firenze, possiamo ricostruire alcune fasi della storia di questo edificio.
Nella prima lettera, di Ambrogio Colombani, datato 7 giugno 1536, troviamo solo un accenno alla torre in relazione a un brigantino turco che sembra essere uscito dalla baia di Collelungo. La seconda lettera, del 3 settembre 1560, inviata dal podestà di Grosseto Flaminio Nelli al Granduca Cosimo III, riguarda la torre in questione e quella di Cala di Forno; in essa si parla di uno stradone molto largo fatto fare "senza spesa alcuna"; si tratta probabilmente di parte o di tutto il tracciato che ha inizio dalla Via Orbetellana e che serviva per collegare la costa con Grosseto. Nel Catasto ottocentesco questo viene indicato come via che va a Cala di Forno. Sempre nella stessa lettera si parla dei lavori di completamento delle torri, che dovevano essere quasi ultimate, da farsi prima della primavera allo scopo di evitare maggiori disagi. Sembra inoltre che questa zona fosse molto protetta perché il Nelli dice: "Sapra ancora come in questa terra si può salire et uscire quasi per tutto et questi bastioni e cortine vanno calando sassi". Comunque in questo, come in altri documenti, trapela il costante terrore della popolazione per le continue scorrerie turche.
In una precedente lettera, datata 19 luglio 1560 e inviata da Tommaso Ciucci al Granduca Cosimo, si parla di una visita compiuta insieme al Podestà e al Capitano Corvatto per "riconosciare Castel Marino fortezza già fatta dagli antichi per scoperta e sicurezza di quei mari e di quel paese per prendere le misure principali dell'edificio: circuito esterno di mura di cèntodieci passi, pareti spesse un braccio e mezzo, alte nove, merlate, il vano interno largo ventiquattro passi e lungo quarantatre". Una seconda visita venne effettuata per valutare le capacità di avvistamento della torre, come si legge nella lettera del Podestà di Grosseto Flaminio Nelli inviata al Granduca il 29 luglio 1560. Detta operazione fu eseguita appiccando il fuoco alla vegetazione cresciuta intorno all'edificio e fu ripetuta poi alla Torre del Sale, che si trovava nei pressi della torre della Trappola, a quella di Collelungo e a quella di Cala di Forno. Da una lettera datata 8 aprile 1561, indirizzata al Granduca, si apprende che l'opera può considerarsi ultimata e che l'urbinate Baldassarre Lanci aveva già iniziato le sue ispezioni alle unità costiere. La conferma viene data il 13 aprile 1561 dal revisore Cornaro da Perugia, che scrive al Granduca, informandolo che i lavori all'edificio erano quasi completati e che "è riuscita versamente bell'op(er)a". Certamente dovette trattarsi di lavori di restauro o di modifiche perché la torre risulta costruita in epoca precedente. Secondo il De Vita, l'incarico del Lanci come ispettore fu conservato fino al 1570, dopodichè venne sostituito da un secondo urbinate, Simone Genga, il quale si occupò principalmente delle torri di Cala di Forno, di Castelmarino, della Trappola e di Collelungo. Secondo il Boldrini: dall'Archivio della Comunità di Grosseto si rileva che alle due Torri di Caladiforno e Castelmarino, sul primo governo della Casa Medici era mantenuta la guarnigione a spese della Comunità, del Commendatore dell' Alberese e della Famiglia Marsili. Comunque all'epoca della relazione, e cioè nel 1760, la torre risulta diruta. Evidentemente essa non fu più oggetto di interventi di restauro in quanto nel Catasto Leopoldino del 1823 la torre di braccia quadre 144, segnata fra le proprietà di Don Tommaso Principe Corsini alla particella 337, risulta sempre diruta. La relativa carta catastale è stata disegnata dal geometra Luigi Banti.
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