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| La chioccia d'oro |
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There are no translations available. La Chioccia d'oro - In una notte di tanti anni fa, un giovane cacciatore dopo aver inutilmente atteso la lepre al balzello sui poggi dell'Uccellina, si avviava verso i ruderi di San Rabano in cerca di un riparo. Avrebbe acceso un bel fuoco di sterpi, si sarebbe riscaldato, rifocillato e chi sa che nel frattempo quel temporale-diluvio non si fosse calmato. Pensando al calduccio ed alle saporite salsicce sfrigolanti sulla fiamma, affrettò il passo tutto curvo in avanti per difendersi alla meglio dalla pioggia e dal vento.
"Proprio una serata da lupi", brontolò tra sé. Poi vedendo scaturire da un cespuglio un grosso gatto nero, si corresse: "anzi, da gatti". Ma la battuta di spirito non gli recò sollievo; quel gatto che invece di cercare riparo rimaneva lì in mezzo al sentiero ad impedirgli il passo e a guardarlo con due occhi verdi, gelidi, saturi di malvagità, gli procurava uno strano malessere. Si ha un bell'essere cacciatori coraggiosi ma un gatto nero dagli occhi diabolici che soffia minaccioso e non si muove, fa sempre una certa impressione. E a quell'ora, su quei monti selvaggi, nell'infuriare della tempesta l'impressione si accentuava notevolmente. "Vattene o ti lascio andare una pedata" gridò il giovane con il piede alzato pronto all'azione. Il gatto non si mosse. "Vattene, in nome di Dio, o ti sparo", esclamò esasperato. Al nome di Dio il gatto fece un balzo e sparì in un cespuglio. Il giovane si rincuorò con un segno di croce e proseguì la sua strada ma, alla svolta del sentiero flagellato dal vento e dalla pioggia, ecco venirgli incontro un frate dalla tonaca nera e uno strano copricapo che non era cappello né cappuccio. "Ma che buffi incontri questa sera - borbottò il giovane di malumore - dove mai andrà questo frate? Non certo a caccia visto che non ha nemmeno il fucile". Stavano ormai per incrociarsi ma il giovane non avvertì nessun rumore di passi; il vento che pure era impetuoso non muoveva una piega della tonaca nera ed anche l'acqua pareva scivolare sulla figura senza bagnarla. "Brutta serata padre" balbettò il ragazzo per rinfrancarsi quando il frate gli passò accanto, ma non ebbe risposta e l'aria sembrò farsi gelida mentre una strana fosforescenza illuminava per un attimo la fosca figura. Qualcosa che non era del tutto paura gli somigliava molto, sconvolse il giovane cacciatore. Si volse per vederlo scivolare così dritto e sicuro nella tempesta senza nemmeno piegarsi contro vento, ma il frate era sparito. Eppure la macchia era talmente bassa in quel punto che non avrebbe nascosto nemmeno un bambino. Tutte le storie dei fantasmi che abitano le torri sparse sui poggi dell'Uccellina, gli si affacciarono alla mente e se la diede a gambe, ma poi si calmò: fantasmi o non fantasmi la torre di San Rabano, quella notte gli avrebbe dato ricetto. Vi giunse presto, cercò e trovò l'angoletto agognato e subito si mise a radunare sterpi per una bella fiammata. "E se qualche fantasma infreddolito verrà a riscaldarsi - ridacchio fra sé - le storie vere me le farò raccontare da lui". Stava per dar fuoco al mucchio di sterpi quando distinto sopra il rumore della pioggia e del vento, sentì un pigolio e un chiocciare che lo stupì. Ma anche a questo trovò risposta: qualcuno dei dintorni doveva aver fatto di quel vano abbandonato un pollaio o qualche chioccia smarrita vi aveva portato al riparo i suoi pulcini ed ora protestava a suo modo per la presenza dell'intruso. Alzò il fiammifero acceso verso l'angolo buio per vedere la sua ospite bisbetica, e rimase senza fiato, immobile come folgorato. Lo richiamò alla realtà la fiammella del fiammifero che gli bruciava le dita e questa volta i capelli gli si drizzarono davvero: in quell'angolo una grossa chioccia d'oro chiamava a raccolta i suoi dodici pulcini tutti d'oro anch'essi. Un'antica leggenda maremmana dice che ogni cento e più anni, durante una notte di tempesta, esce da un nascondiglio misterioso nei pressi di San Rabano, una chioccia tutta d'oro con i dodici pulcini d'oro: chi vedendola, ha il coraggio di seguirla e di subire le terribili prove che gli spettano, troverà il tesoro nascosto in quei paraggi. "Al nonno di tuo nonno capitò questa fortuna - diceva amara la nonna quando, tra tante fiabe, gli narrava anche questa - ma se la lasciò scappare per quattro fantasmi che si trovò tra i piedi, per giunta ritornò a casa con i capelli tutti bianchi e gli occhi da vecchio". Lui, bambino, rimaneva affascinato da questa storia, la più bella, la più terribile di tutte ma, via via, crescendo, altre storie più reali avevano destato il suo interesse e la vecchietta l'unica parente che gli restasse, aveva finito col tacere mortificata nel suo canto del fuoco. Soltanto quando lo vedeva uscire di casa la notte per andare a caccia, lo seguiva con lo sguardo ansioso e faceva scongiuri per proteggerlo dai cattivi incontri. Tutto questo ritornava alla mente del giovane cacciatore; gli pareva anzi di risentire la voce della sua cara vecchietta: " Il nonno di tuo nonno ...". Questo poteva significare che proprio quella fosse la note della chioccia: la tempesta c'era, si sentiva scatenare lì fuori e giù sulle scogliere di Cala di Forno, il mare urlava impazzito. E quel gatto e quel frate erano fantasmi che volevano impedirgli di avvicinarsi alla torre per proteggere la misteriosa passeggiata della altrettanto misteriosa chioccia. Mentre come lampi queste gli idee gli attraversavano la mente, la chioccia, chiamato a raccolta il suo plotoncino, prese a camminare adagio quasi incerta sulla direzione da prendere, poi sempre più decisa si avventurò allo scoperto fino allo sperone di una roccia seminascosta da un folto cespuglio. Il giovane la seguì. Riacquistato tutto il suo sangue freddo intendeva non lasciarsi sopraffare dallo spavento come quel "nonno di suo nonno"; se non altro si sarebbe riempito le tasche della cacciatora di pulcini d'oro, il resto era da vedersi. Chioccia e pulcini sparirono dentro una cavità della roccia. Il giovane, con il cammino illuminato dal bagliore d'oro di quella strana famiglia di pennuti, entrò audacemente nello stretto passaggio. Camminò e camminò senza poter fare calcoli di tempo. Ora la cavità si trasformava in un in un tortuoso canale, ora si allargava e si alzava dandogli la possibilità di camminare eretto e sempre, come guida, il bagliore d'oro e il pigolare dei pulcini. A un tratto il bagliore si spense e un soffio gelido lo arrestò all'ingresso di una grotta nera come il fondo di un pozzo. Strani rumori venivano dall'interno. Il giovane sudava freddo: in quel buio non poteva fare un passo avanti né tornare indietro. Intanto i rumori sinistri si accentuavano, si avvicinavano; a un tratto qualcosa di freddo lo sfiorò, lo sospinse, poi un bagliore rivelò una scena ideata dal più diabolico dei registri: la caverna era vastissima; torno torno alle pareti forzieri semiaperti dai quali scaturiva il bagliore che illuminava la grotta: scintillio di diamanti, rubini, smeraldi, perle, monete d'oro e d'argento. Accanto a ciascun forziere una figura stava a guardia. Monaci, cavalieri con le armature, pirati: una piccola folla armata e ghignante. Sopra un forziere soffiava minaccioso il gatto nero; la sagoma del frate incontrato per il viottolo si distingueva da quella degli altri frati, per lo stano copricapo. Al centro, circondata dai suoi pulcini, la chioccia d'oro. E tutti guardavano l'intruso. Occhi fondi, fosforescenze di vuote occhiaie, bagliori minacciosi di occhi animaleschi. Poi tutte quelle forme presero a muoversi ghignando, avanzarono verso il povero giovane paralizzato dallo spavento, lo circondarono e sempre più il cerchio orribile si restringeva. Ogni tentativo di fuga sembrava impossibile e il cerchio si stringeva, si stringeva ... La chioccia prese a beccarlo ferocemente, il gatto a graffiarlo mentre la stretta di quelle forme inconsistenti si faceva sempre più tenace. Con uno sforzo il giovane si liberò da quel senso agghiacciante che lo paralizzava e con un urlo forsennato si lanciò verso l'apertura senza trovare resistenza nelle forme che lo stringevano da presso. Corse, corse per il lungo corridoio, sull'accidentato terreno finché non sbucò all'aperto. Qui le forze gli mancarono e cadde svenuto. Quando riprese i sensi era giorno alto. Il sole splendeva e tutto, lassù sui poggi, era limpido e innocente. Il povero ragazzo si guardò attorno trasognato: niente somigliava allo scenario infernale della notte scorsa. Aveva fatto forse un orribile sogno? Il mucchietto di sterpi preparato per la fiammata, era una realtà. E di vero c'erano anche le beccate della chioccia e i graffi del gatto nero, che ancora gli dolevano. Riconobbe l'angolo dal quale aveva visto uscire la gallina d'oro ma non riuscì a trovare quella cavità entro il quale l'aveva seguita. No, non aveva sognato, tutto era vero. Ed era vero anche il tesoro. Lo aveva ben visto, ed aveva visto anche i feroci custodi che lo avrebbero soffocato se non avesse avuto la forza di sottrarsi a quell'orribile incanto. Quando arrivò a casa, la vecchia nonna nel canto del fuoco gettò un grido rauco e si coperse il viso con le mani. Volle dire qualcosa ma le parole le morirono in gola. Il giovane si stupì, che cosa c'era nel suo aspetto da spaventare così la cara vecchietta? Corse a guardarsi nello specchio e rimase allibito: il suo ciuffo biondo e baldanzoso era ridotto a un mucchietto di capelli bianchi e negli occhi, spento ogni splendore giovanile, era rimasto il segno incancellabile della terribile esperienza. Ogni cento e più anni la chioccia d'oro intraprende la sua misteriosa passeggiata e il tesoro è ancora nascosto là, sui poggi dell'Uccellina. |
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