Le torri

 

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Nel XV secolo la minaccia sempre crescente della potenza turca fu una delle maggiori preoccupazioni per i sovrani occidentali in quanto la pirateria faceva parte della politica marinara di queste popolazioni. I pirati infatti avevano l’obbligo di dividere il bottino con il loro governo, pertanto questa attività rappresentava per esso uno dei maggiori cespiti di guadagno; inoltre, va considerato che i pirati non si limitavano ad assalire le navi, ma facevano anche scorrerie e razzie sulla terraferma. Queste incursioni durarono, anche se con minore intensità, fino a tutto il XVIII secolo.

Abbiamo notizia di quanto accadeva da una lunghissima lettera a proposito di un assalto piratesco scritta nel 1536 da Ambrogio Colombani, capitano delle truppe a Grosseto. Il Colombani, avvertito del pericolo di incursioni da un soldato di stanza a Castelmarino, che aveva avvistato i nemici nella baia di Collelungo, organizzò l’inseguimento dei pirati fornendo tutti i particolari dell’azione e descrivendo le sofferenze patite da lui e dai suoi uomini per mancanza di cibo e per le febbri sopravvenute a causa dei lunghi appostamenti nel fittissimo tombolo, probabilmente quello della Giannella.

Un altro esempio di scorreria è quello descritto da Flaminio Nelli, Governatore di Grosseto, in una lettera del 1560 al Granduca.
In essa si parla di incursioni a Porto Ercole e a Orbetello durante le quali furono rapite alcune persone, episodi purtroppo assai frequenti.

Il principio difensivo più valido, adottato fin dall’epoca romana, continuava a essere quello delle torri di avvistamento, ma, durante la dominazione senese, in questa zona ne erano state costruite ben poche. In territorio spagnolo le prime iniziative di protezione dalla pirateria furono promosse fin dai tempi della guerra fra Carlo V e Francesco I.

Nel 1532 Don Pedro di Toledo, viceré di Napoli, decise di iniziare la costruzione di nuove torri d’avvistamento per la difesa delle coste ed emanò un’ordinanza in proposito, ma il progetto non ebbe un gran seguito.
Solo dopo la sconfitta della flotta spagnola in prossimità di Tunisi, avvenuta nel 1560, si pensò a un intervento su base territoriale. Nel 1563, infatti, sotto il viceré Don Perafan de Ribera, duca di Alcalà, fu emanato un editto con disposizioni ben precise in proposito.

Invece, nel territorio del Granducato le torri di avvistamento furono edificate quando Cosimo I, concordando con la linea di condotta spagnola, inviò in Maremma i suoi ingegneri militari.
Terminata l’epoca delle incursioni dei corsari, queste postazioni vennero utilizzate per il controllo anticontrabbando della costa.

Le torri, alte dai dieci ai quindici metri, venivano costruite a una distanza non superiore alle tre miglia l’una dall’altra ed erano di modeste dimensioni perché non avevano compiti difensivi e generalmente non venivano assalite. Di conseguenza la guarnigione era ridotta al minimo: spesso vi si trovavano solo un castellano e un soldato.

Come si può verificare nei singoli casi, la tipologia costruttiva di questo periodo è quasi sempre la stessa, salvo rare eccezioni, e cioè a pianta quadrata con struttura in pietrame, basamento a scarpa e copertura a tetto o a terrazza spesso aggettante su mensoloni in pietrame. La porta di ingresso, situata sopra il cordolo a toro che delimita il basamento, era rivolta verso la parte più protetta, ovvero verso terra; le uniche aperture erano piccole feritoie situate nei punti strategici. All’interno, semplici solai in legno dividevano l’alto vano. All’esterno, un recinto fortificato comprendeva il forno e le stalle.

Dopo la decadenza politica e militare degli ultimi anni di governo mediceo, nel 1737 la Toscana venne assegnata a Francesco Stefano di Lorena e quindi le fortezze, che poco tempo prima erano state occupate dai soldati spagnoli, vennero presidiate dai lorenesi. Iniziò allora la riorganizzazione dell’ormai inefficiente esercito secondo il modello austriaco. Nel periodo compreso tra il 1741 e il 1745, per fronteggiare i pericoli esterni, anche nella Maremma Senese venne dislocato un reggimento di Bande Nazionali. Nelle rocche litoranee più importanti il castellano era accompagnato da una dozzina di cannonieri, mentre in quelle più piccole si trovava un torriere con cinque o sei soldati.

Nel 1767 varie e angosciose sconfitte convinsero lo spirito illuminista e riformatore di Pietro Leopoldo a iniziare il disarmo e la vendita di tutte le fortezze che riteneva inutili ed eccessivamente dispendiose per il bilancio del Granducato, affidando il mantenimento dell’ordine pubblico alle normali forze di polizia.

Questa politica venne aspramente criticata nel 1793 quando Ferdinando III, successore di Pietro Leopoldo, effettuò una ricognizione durante la quale si rese conto che le 130 miglia di costa toscana erano incontrollabili perché appartenevano ad altri principi, oppure erano totalmente disarmate. Questo errore risultò fatale al Granduca che, nel 1799, fu costretto a rifugiarsi in Austria.

Ai lorenesi successero i Borbone di Parma e subito dopo la Toscana fu annessa all’Impero napoleonico come Regno d’Etruria. Per questo periodo esiste un’interessante documento, “Le brigantage dans le Departement de l’Ombrone 1808-1814”, che si riferisce alla corrispondenza fra il prefetto dell’Ombrone e le autorità centrali di Parigi. Tale documento è riportato nell’articolo di Vittoria Ardito del 1985.

Nella cartografia della zona compresa tra il Parco dell’Uccellina e i confini meridionali della Toscana sono elencate le principali torri costiere con l’esclusione di quelle ormai dirute.

Nel Comune di Grosseto, vicino alla foce dell’Ombrone, troviamo la torre della Trappola e il Ridotto di Bocca d’Ombrone e, scendendo verso sud, nella zona montuosa, le torri di Castelmarino, Collelungo e S. Rabano che fa parte del complesso monastico. Nel Comune di Magliano in Toscana le torri di Cala di Forno, Bella Marsilia e Torre Bassa che facevano parte dell’antica proprietà dei Marsili. La zona del Comune di Orbetello era difesa dalle torri di Poggio Raso, delle Cannelle, di Capo d’Uomo, di Mulinaccio e di Talamonaccio che, pur essendo fuori della zona del Parco, completa la difesa della baia di Talamone.
Nel comune di Monteargentario, percorrendo il promontorio, troviamo le torri della Peschiera, di S. Liberata, del Calvello, di Lividonia, della Cacciarella, di Cala Grande, di Cala Moresca, di Cala Piccola, di Capo d’Uomo, della Maddalena, delle Cannelle, della Ciana e dell’ Avvoltore.

Seguendo la costa si rientra nel comune di Orbetello dove, sul poggio di Ansedonia, ci si presentano le due torri di S. Pancrazio.
Infine nel comune di Capalbio sono situate la Torre Puccini vicino alla Tagliata Etrusca, la Torre di Buranaccio sul lago di Burano e la torre di Selva Nera.
La cartografia storica allegata arricchisce di antiche memorie l’ubicazione delle torri citate.

San Rabano

 

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Il complesso abbaziale di San. Rabano, posto a cavallo tra Poggio Lecci e Poggio Alto, risulta indicato alla fondazione, avvenuta nei primi del XII sec., come Monasterium Arborense o Monasterium de Arboresio o Alberese.

L’etimologia del nome rimane incerta fra le parole arbor, albero, e albarium, riferito alla pietra biancastra dei monti dell’Uccellina. Nel primo documento che si conosca il nuovo nome sembra soppiantare un precedente Sancta Maria de Arboresio, mentre successivamente viene semplicemente indicato come Domus et loci ordinis Sancti Benedecti de Arboresio. Per quanto diffusa, sembra poco probabile l’ipotesi della derivazione del nome attuale da un più antico romitorio posto più a valle, mentre è da ritenersi più valida la teoria che vede nascere “S. Rabano” come uso improprio e arbitrario del nome Sancti Rafani Praeceptor costruttore della chiesa terminata nel 1587 in Alberese e ritenuto, dalla critica sette – ottocentesca, l’ultimo Abate dell’Abbazia. Il complesso, sorto nell’XI sec. come insediamento benedettino cassinese, raggiunse il pieno sviluppo soprattutto nel corso del secolo successivo ad opera dei benedettini cistercensi. La scelta di tale luogo è sicuramente da mettere in rapporto ad un piano di controllo territoriale, di sfruttamento delle risorse di cui questa zona era ricca e di sviluppo economico.

A poca distanza dall’Abbazia passava la “Strada della Regina” che permetteva il collegamento tra l’antico tracciato dell’Aurelia ed il mare. La zona circostante subì profonde modificazioni e venne poi disboscata e terrazzata per poter permettere la coltivazione di piante quali l’olivo e la vite; con ogni probabilità fu introdotta la quercia da sughero e poco distante si sviluppò un piccolo villaggio di cui rimangono oggi pochi resti sepolti dalla vegetazione. Il primo documento relativo all’Abbazia che conosciamo porta la data del 7 aprile 1101 ed è la risoluzione data dal Papa ad un contenzioso sorto tra il Vescovo di Roselle e l’Abate per quanto riguarda la riscossione di decime da parte del primo sul territorio del secondo. In tale carta si parla di un monastero in praesenti, ma con ogni probabilità si vuol indicare una struttura in via di sviluppo, non ancora terminata e, anzi, da avvantaggiare nella crescita. La crescita e l’importanza dell’Abbazia sarebbero così successive al 1101 ed è quindi da ridimensionare la precocità dell’insediamento. Nei decenni successivi S. Rabano raggiunse il massimo dello sviluppo e Papa Innocenzo II trasferì all’Abate il controllo di tutti i monasteri riformati fino al confine laziale. Nel corso del XII sec. l’ordine benedettino andò incontro ad un periodo di crisi che portò all’abbandono di molti monasteri.

Tale crisi dovette sicuramente investire anche S. Rabano, ma la mancanza di documenti non permette di conoscerne con sicurezza le sorti. Il 30 Gennaio del 1303, Papa Bonifacio VIII incaricò il priorato pisano dei cavalieri di Gerusalemme di “vigilare, custodire, difendere, amministrare le terre e il monastero di Alberese.” In un documento del 30 Gennaio 1307 il luogo è definito ancora “Monastero” mentre nel successivo del 18 Ottobre 1336 compare per la prima volta il termine “Fortilizio”. Se ne deduce che la fortificazione, visibile ora come innalzamento delle murature con merli, sia avvenuta fra le due date. Tenendo conto che per un breve periodo intorno al 1321 il monastero fu sotto il dominio degli Abati, tiranni di Grosseto per pochi anni dal 1312, si è cercato di indicare in questi gli esecutori dei lavori che invece, da un esame più attento, risultano più vicini alle modalità di fortificazione utilizzate dai Gerosolimitani stessi. Nel XIV sec. il dominio del fortilizio fu causa di discordie fra Siena e Pisa e nel 1438 Siena, ormai padrona assoluta della zona, fece smantellare l’Abbazia trasferendo nel 1475 la sede del Priorato nelle nuove strutture di Alberese.

Il complesso architettonico è composto da una chiesa, dal relativo monastero e da una torre d’avvistamento detta “dell’Uccellina”. I lavori risalgono a due cantieri principali ed a vari altri interventi successivi. Parte del materiale costruttivo è sicuramente di recupero e la fondazione sembra basarsi, non sappiamo fino a che punto, su strutture preesistenti. Il primo cantiere è riferibile alla fine del XI sec. mentre l’altro alla seconda metà del XII.

La chiesa di fondazione aveva uno schema cruciforme con copertura a capriate e volte a botte nei transetti. La volta a crociera della navata risale al secondo cantiere così come il campanile e la cupola. Di particolare interesse risulta il sistema di copertura, in parte crollato, della navata centrale ritenuto uno dei più antichi esempi di volta costolonata in Toscana. La copertura, pesantissima, è costruita in pietrame e sorretta da grossi costoloni che poggiano tramite capitelli direttamente sui muri della navata, Molto bello l’alo tiburio ottagono della cupola, da alcuni indicato come bizantino ma rapportabile alla cultura del romanico lombardo. Di difficile datazione le lavorazioni dell’arco del portale e della finestra absidale, secondo alcuni alto medievali e secondo altri più tarde.

Dubbi stilistici permangono anche intorno ai rilievi con croci greche e cordonatura dell’architrave del portale. Il corpo orientale è composto da un’abside centrale e da due più piccole laterali con lavorazioni ad archetti pensili nel sottotetto. Il campanile con mensole marcapiano è chiaramente di stile romani-co-lombardo, ma risulta alterato nei piani sopra le bifore a causa dell’innalzamento avvenuto, forse, durante la fortificazione del complesso.
L’interno, particolarmente suggestivo, ospita una scala che sale lungo le pareti con sei rampe che poggiano su archi sorretti da colonne e pilastri. Della scala originaria rimane soltanto la prima rampa, mentre le altre risultano alterate dai lavori del primo restauro realizzato nel 1972.

I resti del monastero non sono in un buono stato di conservazione e solo i recenti scavi hanno potuto permettere una lettura migliore del complesso che risulta essere ciò che rimane di una struttura solida con sviluppo su due piani, pavimenti in cotto e copertura in pietra. Si può riconoscere un cortile centrale con cisterna, i resti di cabalette per la raccolta delle acque piovane, un’entrata carrabile ed una più piccola, un ambiente provvisto di forno vicino alla torre dell’Uccellina e una struttura circolare, forse una preesistente torre d’avvistamento, ritenuta il nucleo più antico del complesso e del tutto inglobata nelle murature successive. Dell’abitato circostante non restano che poche tracce nel bosco, alcune cisterne e rovinati perimetri murari. Poco più in basso, lungo il sentiero di ritorno dell’itinerario A1, si individuano i resti della vasca di una sorgente oramai asciutta in una zona di bosco che prende il nome di “Tre Fonti”.